Unità operativa di Nefrologia, Dialisi e Trapianto - Ospedale San Bortolo di Vicenza
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Il DipartimentospacerLa voce dei pazienti
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Testimonianza di Giancarlo Trevisan
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La prima volta che ebbi un incontro indiretto con le problematiche nefrologiche, fu a 28 anni, dopo aver subito l'asportazione del rene destro, per una forma di TBC.
Mi fu raccomandato, come diabetico, di riguardarmi, perché il pericolo di compromettere anche quello sinistro non era del tutto escluso. A quel tempo, al di là dell'intervento appena subito, nemmeno mi passava per la mente che ciò si potesse avverare.
Per parecchi anni le cose, infatti, andarono benissimo, fino a che il diabete non iniziò a piagare entrambi i piedi. Ma andiamo con ordine.
Nel 1988 mi accorsi con sommo dispiacere che il diabete aveva iniziato a "mangiarsi"i piedi, e dopo quale anno, dopo aver tentato tutto per salvarli, fu deciso di amputarli al livello del polpaccio, prima il sx e poi il ds, a distanza di un anno l'uno dall'altro.
Credo che l'aumento dei valori della creatinina sia cominciata subito dopo il secondo intervento di amputazione anche perché l'intervento fu forse eseguito in ritardo.
Ai primi esami fattimi dopo l'operazione, la creatinina era salita di qualche punto, quel tanto bastante per consigliarmi di andare a sottopormi ad una visita in Nefrologia.
Mi ripresi dall'intervento assai presto e la prima cosa che feci fu di seguire il consiglio datomi, senza nemmeno pensare a cosa mi aspettava.
Mi ricordo ancora il primo impatto con il medico della Nefrologia: probabilmente quel giorno doveva avere qualche problema per la testa, perché mi disse con una certa crudezza che la creatinina avrebbe continuato a crescere, e che la malattia era degenerativa. Prima definizione che diedi di tutto: sfortuna maledetta!!!
Ero inizialmente arrabbiato con quel medico per il suo modo aspro di pormi il problema, ma dopo qualche tempo mi accorsi che il mio primo giudizio su lui era completamente errato.
Un medico, come tutti gli altri, ho potuto appurare, gentile e disponibile nello spiegare le cose che gli si venivano chieste. Forse quello di dirmi tutto e subito era un modo per aiutarmi a reagire.
Quindi fui ricoverato per la prima volta in reparto. Saltò subito all'occhio quello che faceva diverso la Nefrologia da tutti gli altri: era meno Ospedale. Lo posso dire con competenza, considerato il fatto che ho provato l'esperienza di girare quasi tutti i reparti dell'ospedale di Vicenza, a parte la Geriatria, L'Oncologia, la Ginecologia e L'Ostetricia.
Sì, il reparto era sicuramente diverso dagli altri. Si potrebbe dire, anzi si può dire che ci si trovava in una famiglia allargata. Le infermiere e i loro corrispettivi colleghi maschi erano comprensivi nell'intuire le problematiche di coloro che erano ricoverati, soprattutto quel che riguarda il confronto con i liquidi: acqua, bibite, caffè e quant'altro. Ci si trova bene e i medici, compreso l'allora primario La Greca, non si tiravano indietro sia nel cercare di fare capire le situazioni che potevano presentarsi con la malattia, sia nella battuta ironica e piacevole del momento.
I parenti poi errano accettati di buon grado, anche se a volte intralciavano l'operare del personale. E, novità assoluta e piacevolissima, si poteva usare il cell senza doversi nascondere in qualche angolo. Senza contare che, se si andava a farsi un giro per l'ospedale, non venivano certo a richiamarti. Insomma, le parole d'ordine erano: gentilezza e comprensione.
Il primo impatto, anche se di fondo sempre ospedale rimane, fu piacevole e mi aiutò a rilassarmi e ad affrontare il futuro, che si presentava molto cupo, con più coraggio.
Quando arrivò il momento in cui non si poteva più rinviare la dialisi, mi presentarono la soluzione che per loro poteva fare al caso mio: la dialisi peritoneale.
Ma ora bisogna tentare di rispondere ad una domanda: qual'è l'approccio che si ha verso la malattia prima e la dialisi dopo?
Credo non sia facile rispondere adeguatamente, perché la cosa è soggettiva. C'è chi la prende come una situazione che aiuta a vivere, chi non riesce ad accettarla e la rifiuta e chi, come me, l'ha affrontata con incoscienza cercando di considerarla parte della realtà che sto vivendo. Amputato entrambi i piedi, due by-pass al cuore che può cedere ad ogni istante, diabetico, chiuso perennemente in casa e, infine, emodializzato. Credo di averne abbastanza per affrontare l'ennesima malattia come più mi aggrada. E se poi mi presenterò al Pronto Soccorso con i polmoni pieni d’acqua sono sicuro che incontrerò anche la dei medici e infermieri compassionevoli. Ho cominciato a essere ammalato a 15 giorni dalla nascita, quando fu deciso di farmi passare un po' di tempo in un sanatorio a Calalzo di Cadore. Il breve periodo durò quattro anni.
La malattia nefrologica di per se stessa non mi creò particolari problemi, come non mi procurò tanti affanni nemmeno la proposta e la messa in atto della dialisi peritoneale.
D'altronde il personale tutto riesce in qualsiasi modo a metterti a tuo agio e quello che vedi grigio e cupo, e lo è, lo garantisco, appare con sfumature leggermente più chiare. Il segreto dei medici, degli infermieri e degli ausiliari della Nefrologia sta tutto qua.
Un rapporto personale con il paziente, non solo in quanto tale, ma come persona da capire, incoraggiare a cui fare intendere che la dialisi non è certo il miglior modo di vivere, ma è un aiuto per farlo.
Fu così che mi ritrovai a imparare come gestire la dialisi peritoneale, che doveva fare quattro volte il giorno. Anche qui trovai del personale caldissimo, che in ogni situazione sfatava la gravità o, per lo meno, l'importanza di una data situazione, con la supervisione dell'onnipresente dr. Dell'Aquila.
Non fu una bella esperienza; fin da subito nacquero i problemi e, per quanto gli infermieri facessero, la peritoneale non intendeva funzionare a dovere. Il liquido per la dialisi non filtrava come doveva e arrivò persino a non essere espulso nella quantità minima prevista.
Fu deciso allora di sottopormi alla emodialisi. Fu come un colpo mortale. Mi immaginai immediatamente con quelle "canne" che uscivano dal collo e la voglia che provai fu quella di uccidermi. Quello che mi convinse della bontà, si fa per dire, della emodialisi, fu l'avventura che il mio cuore decise di farmi vivere. Mi faccio due belli infarti, che mi portarono dritto dritto in Cardiologia. Non sto qui a raccontare della disavventura avuta, ma in quei giorni mi accorsi che mi dializzavano con il CVC, le cosiddette "canne", che così tanto odiavo. Forse fu lì che mi feci coraggio e accettai la situazione.
Passato il periodo di convalescenza in Cardiologia, non ricordo bene ora la cronologia dei fatti, mi ritrovai di fronte ad una nuova realtà: l'Emodialisi.
Giuro che ero spaventato; vedere tutti quei pazienti, le infermiere che di primo acchito mi apparivano come tante Lady in Black, con la tua vita nelle loro mani, che mi attaccavano ad una macchina che sicuramente avrebbe funzionato benissimo, ma sempre macchina era!
Anche in questa occasione mi sbagliai e fu rincuorante vedere e capire che quelle "ragazze" erano preparate per qualsiasi evenienza, semplice o grave fosse stata. Disponibile nel porre il paziente a proprio agio, a volte reguardirlo bonariamente, magari per qualche etto portato in piùPer quello che mi riguarda, si sono stancate di farmi la predica. Non vado a etti ma a chili di crescita fra una dialisi e l'altra e ciò è male e me ne rendo conto. Come non mi richiamano più nemmeno i medici: il dottor Crepaldi, dalla voce stentorea, la dottoressa Brendolan, gentile e disponibile verso chiunque dei pazienti, il nuovo medico tedesco (Goepel) che ho battezzato Gobbels e infine gli altri medici di varie Nazioni che tentano di darsi da fare per imparare ed al tempo stesso aiutarci ed assisterci.
Manca all'appello la dottoressa Gastaldon, che è stata chiamata in reparto di degenza; una campionessa di gentilezza e di affetto per i pazienti.
Tirando le somme, direi che come paziente, la dialisi, anche se non è certo il migliore modo di vivere, è diventato una valvola di sfogo, perché diventa l'unico momento in cui esco da casa e vedo altra gente, rinchiuso come sono al quarto piano e con 65 scalini da fare.
Non mi resta altro da dire un grazie di vero cuore e, se ho omesso dei nomi, non è certo perché considero quelle persone meno meritevoli di essere nominate, ma la mia memoria sta dando i numeri ultimamente.
Con affetto e gratitudine,
Giancarlo Trevisan
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