E' metà settembre: tempo di ritorni, di abbracci, di ultimi gelati, del buio che sorprende troppo presto meravigliando con l'addio di un'altra estate. Per molti è una sera come tante, apparentemente normale da vivere, dimenticare o solo accantonare. Non per Organza a fiori che rallenta in macchina davanti porta Santa Lucia, risponde al cellulare ed un flusso di sangue le parte dal cuore, le invade le spalle, il collo, il viso. E mezz'ora dopo cammina veloce lungo i corridoi dell'ospedale che sembrano lunghi, eterni, non finire mai. Finge di non ricordare o non rammenta proprio dov'è il centro trapianti e fa il giro dell'oca con il suo trolley dietro fino agli ascensori delle porte di gomma: stasera una particolare volontà di protrarre, di allungare, di essere e non essere la fa tentennare ed il dubbio la trattiene allontanando sicurezza e logica attente compagne di questi anni. Ma quando scorge in fondo "il lago di Carezza"capisce che ci siamo, che è arrivata, che la vita chiama, urge, vuole anche questo da lei. Con la mente ritornerebbe volentieri indietro e scapperebbe dal cancello oltre il ponte, volando al di là di parco Querini ma i suoi tacchi di vernice procedono fermamente, la balza di velo del vestito a bretelle batte decisa sul ginocchio e la giacca di jeans rosso tiene ben stretto il cuore mentre l'anima le soffia un dai, forza che senz'altro ce la fai anche stavolta, non vedi che il rene è arrivato proprio al momento giusto! E nella mente il sapore delle parole calde e ridenti del medico lungimirante che l'ha sempre esortata ad avere pazienza, indicandole passo dopo passo dove appoggiare i piedi, mostrandole i viottoli più semplici, accompagnandola per mano nei più ardui e scoscesi, facendole scorgere dove il bosco si apre ad una prateria nuova.
E di notte prende il flacone rosso di Betadine e se lo rovescia in testa dai capelli, al corpo, alle pareti del bagno per sterilizzare batteri, virus e paure e per farsi compagnia con gli schizzi sulle rughe leggere delle piastrelle nocciola. Appoggia le spalle e le guance sui rigagnoli scuri del muro per poi cancellare via tutto in fretta: nessuno deve vedere, sentire, capire quest' insolito ed incomprensibile gioco iniziato or ora con se stessa con quello che chiamiamo fato o qualsivoglia destino. Saltella tra i teli buttati a terra tenendo stretto l'asciugamano bianchissimo offerto dal sorriso dolce dolce che la veglierà durante la notte. Davanti allo specchio mentre asciuga i capelli si guarda: è sempre lei con i lineamenti dilatati dall' emozione, con l’espressione un po’ stupita da vecchia ragazza che ha bisogno della sua incoscienza gioiosa ora più che mai. Si sistema il telo attorno al seno e lo specchio le rimanda un'occhiata di conferma, di compiacimento come per incoraggiarla. E si rivede con le dita impigliate nella vecchia porta verde del micidiale saliscendi della nefrologia di prima dove si entrava e si usciva di scatto per non restarci secchi e dove timidamente al dottore con la Carhartt rossa allungò un non vedo l’ora che lei mi trapianti. Sono ormai lontani quel pizzicotto di umiliazione e quella punta d'invidia alle risate della paziente che ce l’ha fatta e che a breve toglierà il catetere peritoneale. Ma quando uscirà da quella storia infinita pure lei? Chissà...come avverrà...forse non ci arriverà mai...o forse tra pochissimo... Ed il foglio letto, riletto, imparato a memoria, tenuto per mesi dentro la borsetta accuratamente ripiegato, pensato, meditato, discusso per ore addirittura consumato per poi firmarlo di botto e consegnarlo dopo due tocchi alla porta a vetri mentre il medico per fortuna è impegnato al telefono: un gesto di ecco qua, un saluto con la mano e via di corsa. Ma è inutile scappare, da chi, da cosa? Ora infila le braccia nel camicione verde grosso un dito, entra nel letto sterile, la piccola infermiera dai lunghi capelli ramati come alghe si avvicina tenerissima con un bicchiere di the caldo con fette biscottate che beve e sbriciola avidamente. Ha qualche ora per riposare e se riesce anche per dormire. La luce si chiude nella stanza, solo dalla finestra alle sue spalle filtra il chiarore della città che dorme. A quest'ora, pensa, potrei essere nel mio lettone distesa di traverso, magari con un libro o con carta e penna, con nelle orecchie le canzoni degli anni sessanta contagiose nel ritmo che muove braccia e mani, gambe e piedi o solo la testa perché il bacino è legato alla macchina dal suo cordone ombelicale sempre nuovo. Stanotte PD-NIGHT resterà sola e muta, non urlerà, non la richiamerà per ore come era solita fare ai suoi sonni troppo prolungati. Indubbiamente questa realtà ha superato ogni immaginazione anche la più fantasiosa: si sente la protagonista di un percorso stravagante e surreale di cui non conosce nè il regista nè l'ideatore e vorrebbe conoscere il senso di tutto questo. Eppure è sicura che prima o dopo capirà le ragioni, i motivi, troverà e saprà convincersi che era necessaria anche la piega più dolorosa per arrivare ad un certo fine. Dietro la testa il buio rischiarato da tante luci, spicca su tutte lo striscione dell' Hotel Adele e più in là i grossi lampioni dello stradone che porta fuori Vicenza verso la Marosticana. Cerca di ricostruire, di riconoscere le case, i condomini dall'alto ma ben presto si stanca, decide di mettersi sul fianco sinistro e di addormentarsi. Si sta bene anche in questo letto di ospedale: le lenzuola verdi sono grosse e ruvide ma sanno di buono ed anche se è nuda non sente freddo, cerca di non pensare a niente, di rannicchiarsi entro se stessa e di proteggersi da sola.
Metti uno spumeggiante mare turchese ed una stella marina grande, rossa e carnosa che guizza agilmente tra gli scogli ed io aggrappata alle sue braccia e trascinata felice tra flutti, schiuma e giochi d'acqua... E' solo un sogno? Certo... ma è il sogno più bello vissuto proprio in sala di terapia intensiva dove il mondo dell' onirico è forse solo un ospite saltuario ed inaspettato. Una sensazione di appagamento, di serenità al risveglio, un benessere nel sentirmi viva. Ed una curiosità di sapere, di conoscere, di interpellare i visi amici che si muovono agilmente attorno al letto. Con un filo di voce: "Dottore, com'è andata..." "Ma alla grande! Il rene è partito già in sala operatoria ed ha buttato fuori nove litri subito!" E che importa se sul collo c' è una flebo che ogni tanto suona, se sento delle placchette sulla spalla, un indolenzimento al ventre: ho solo una gran voglia di tenere stretta fra le mani questa gioia appena conquistata, di godermi questo tempo di salute ritrovata, di cercare di riaddormentarmi nel mio mare, in quell'acqua compagna di lunga attesa, di profondo mistero ed ora di rinascita.
Matteazzi dott. Marifulvia Alberti |